Introduzione

luglio 5, 2007

Un solo anno, il 1977, un periodo definito, se si vuole anche breve, Bologna, un luogo circoscritto, una città. Le fotografie scattate per strada durante le barricate, i cortei, le manifestazioni, le occupazioni…. hanno costruito nella nostra mente lo scenario di una storia non tanto remota, ma allo stesso tempo lontana. Una “favola” che può avere molti inizi, un rizoma in cui strade principali e secondarie si incrociano; le direzioni che si possono prendere sono diverse, tutto è possibile.
Abbiamo tentato di trovare in questo “groviglio” di fatti tre chiavi di lettura che ci hanno permesso di entrare sotto la superficie di quei luoghi comuni che la nostra generazione, spesso, coltiva come storia di quegli anni. Ci siamo avvicinate al 1977 bolognese leggendo e guardando testi ed immagini con un approccio storico-archivistico, con uno sguardo distaccato che ci permettesse di rintracciare un ordine nel labirinto dei fatti, delle storie che hanno attraversato la città. Dopo questo prima fase di ricerca sentivamo la necessità di andare oltre la sola lettura di libri, interpretazioni e testimonianze, per creare una nostra idea viva e diretta di quell’anno di frattura.
Franco Berardi, detto Bifo, scrittore, filosofo e figura di spicco della “sinistra alternativa”; Paolo Fabbri, semiologo e docente universitario del Dams ed Enrico Scuro, “cane sciolto” e fotografo del movimento. Tre protagonisti, tre punti di vista diversi che si incrociano dando origine ad un album di esperienze e ricordi eterogenei che riaprono le porte di un passato illimitato dominato dal possibile, una sorta di futuro anteriore che dopo trent’anni sta emergendo nel nostro presente.


Considerazioni

luglio 5, 2007

i fatti di marzo

“C’è stato un casino di lacrimogeni…Saranno stati un centinaio di poliziotti…Sparavano ad altezza uomo…”. Radio Alice quella mattina dell’11 marzo ha cominciato a trasmettere in diretta la cronaca degli scontri.
Tutto è iniziato verso le 10:30 all’istituto di Anatomia, in via Irnerio 48, in cui si stava svolgendo l’assemblea di Comunione e liberazione; dal fondo dell’aula arrivano voci e confusione, sono entrati cinque militanti del movimento e qualcuno di Lotta Continua. Vogliono disturbare ma vengono cacciati e sbattuti fuori, in pochi minuti la notizia corre e arrivano altri compagni, i ciellini si barricano all’interno; il rettore Rizzoli avvisa la polizia, decisione importante, l’università è una zona “protetta”, dove le forze dell’ordine non possono entrare, se non chiamate dalle autorità universitarie.
Era un episodio di ordinaria amministrazione, non motivava un numero così alto di agenti e di mezzi spropositati; i compagni erano in dieci, i ciellini più di quattrocento, un fatto modesto dal punto di vista dell’ordine pubblico; perché tutti quei poliziotti?
I carabinieri si scagliano contro gli studenti di sinistra intenti a lanciare slogan. La carica fa salire subito la tensione.
Sono le 12:30, siamo in via Mascarella, c’è un carabiniere, Massimo Tramontani, con in mano una Beretta calibro 9, ci sono tanti giovani che scappano, la città è sconvolta; tra di loro c’è Francesco Lorusso, 25 anni, appena uscito dall’aula studio, frequentava la facoltà di Medicina ed era uno studente fuorisede, come tanti altri suoi coetanei, impegnato politicamente, militante nella nuova sinistra, in Lotta continua. Anche lui stava scappando, colpito, riesce a trascinarsi ancora per qualche metro prima di accasciarsi al suolo. Morì poco dopo sull’ambulanza che lo stava trasportando in ospedale. Lui non era armato.
Il caso Lorusso si chiude con un’archiviazione grazie all’applicazione della legge Reale, che consente ai militari di far uso delle armi in situazioni di pericolo, per la loro difesa e per superare casi di violenta resistenza.
Da questo preciso momento Bologna non è più la stessa, la città rossa, rimane sconvolta per tre giorni dalle barricate e dagli scontri; viene svaligiata un’armeria e anche da parte del movimento si spara sulla polizia. Alla rabbia e alla disperazione per la morte di Francesco subentra una strana eccitazione, l’idea della rivolta, della violenza, del riscatto dalla repressione: ora è il movimento che attacca le forze dell’ordine provocando ed innescando un vero e proprio conflitto armato.
Il giorno dopo a Roma si svolge la manifestazione nazionale del movimento, che era già stata organizzata da giorni; con l’assassinio di Lorusso, del giorno precedente, il corteo assume una drammatica tensione, è una vera e propria guerriglia, con molotov e pistole, con un livello altissimo di violenza.
Da ora inevitabilmente il movimento entrò in crisi, nulla era come prima, ci fu una frattura netta all’interno del gruppo, l’Autonomia operaia prevaricò pesantemente sfociando anche in aggressioni fisiche, molti giovani si allontanarono dal movimento, impauriti e indignati dalla violenza che si era innescata tra i membri del gruppo.
Ormai al centro dell’attenzione ci sono i temi dello scontro con l’apparato militare dello stato e la repressione, la costruzione della teoria del complotto e l’arresto di molti compagni; in questo momento risulta centrale la presenza del pubblico ministero Catalanotti che emise numerosi mandati di cattura rivolti ai redattori di Radio Alice e delle riviste “A/traverso” e “Zut”, punti fermi della libera comunicazione della Bologna studentesca.
Il movimento del ’77 è violento, sia socialmente che politicamente, fatto da una sinistra rivoluzionaria, che si è sviluppata con “l’antifascismo militante” e la continua ricerca di un nemico assoluto, che nasce dalle basse periferie metropolitane; questa violenza darà modo al Partito Comunista Italiano di superare le polemiche interne rispetto all’atteggiamento repressivo che aveva adottato contro il movimento fin dai suoi primi giorni.
La pistola P38, simboleggiata dalle tre dita della mano, è il lugubre simbolo del 1977 ed indica la disponibilità, in una buona parte del movimento, a passare ad un livello di scontro sempre più alto, anche armato, tanto che le BR, ideologicamente distanti da questo gruppo, vi troveranno comunque interesse come terreno fertile per il reclutamento per quello che poi si chiamerà Terrorismo di sinistra.

Nel saggio “Per la critica della violenza” di Benjamin troviamo:
“Il significato della distinzione della violenza legittimata e illegittimata non è senz’altro evidente. Bisogna risolutamente guardarsi dall’equivoco giusnaturalistico, per cui quel significato consisterebbe nella distinzione fra violenza a scopi giusti e ingiusti”.
Fino a dove possiamo giustificare e motivare la violenza di questo ’77, fino a dove la violenza è stata innescata dalla polizia e fino a dove quest’ultima non ha abusato della propria autorità?
Questi sono gli anni in cui si arrestavano i giovani solo perché tenevano nella borsa un limone, molti di loro sono entrati ed usciti dal carcere più volte, solo perché si trovavano nel luogo sbagliato al momento sbagliato per essere un conoscente della persona meno indicata. Il professor Fabbri ci ha raccontato che era routine per lui tenere gli esami universitari in carcere, l’aria che si respirava era tesa e la violenza, che nasceva dentro quei ventenni, era scaturita dalla repressione e dalla polizia che interveniva, “per ragioni di sicurezza”, in momenti in cui non sussisteva una situazione pericolosa.
Sicuramente tutto è degenerato, sono stati momenti imprevisti, molti compagni si sono ritrovati a compiere azioni in cui inizialmente non credevano, in atteggiamenti che sono sfocciati nel lancio di sanpietrini e nello sfondamento di vetrine.

Il termine tedesco per “violenza” (Gewalt) significa anche “autorità” e “potere”; risulta indicativo, spesso gli abusi partono “dall’alto”, è molto facile incolpare i giovani rivoltosi senza considerare gli errori politici inerenti le scelte militari, il caricare le forze dell’ordine allo scontro armato e alla difensiva immotivata, tutelando e giustificando tutto quello che non doveva e non dovrebbe esistere.

Francesco è morto, così come è morta Giordana, così come è morto Walter, così come è morto Roberto, e così come sono morti in tanti.
Ragazzi morti in piazza, che credevano nell’attivismo politico, desiderosi di cambiare la storia…

“E’ una storia vestita di nero
è una storia da basso impero
è una storia mica male insabbiata
è una storia sbagliata.”
Fabrizio De Andrè, Una storia sbagliata, 1980

Gloria Bortolussi

immagini di un anno

Sfogliando nuovamente bologna marzo1977…fatti nostri….voci e fotografie si intrecciano come fili di una ragnatela che ci trainano dentro quella che, nell’articolo su La Repubblica del 21 giugno 2007 viene definita da Alberto Asor Rosa la favola di una generazione . Le immagini sono essenziali, ci aiutano ad entrare attraverso frammenti, schegge di realtà in uno scenario più complessivo che deve essere osservato, per essere compreso da punti di vista diversi. Enrico Scuro, rispondendo ad alcune domande che gli abbiamo posto, dice citando Sandro Toni:

“Esistono fotografie che riproducono la realtà, foto che la occultano, foto
che la creano. Ebbene, mi sembra di essermi trovato ben poche volte di
fronte a un insieme di fotografie che producano in modo così totale, così
tangibile, violento anche, il senso della realtà…..
…l’allegria delle due ragazze giocata contro il potere, la derisione
contro le armi da guerra della polizia, l’invenzione dei murales contro i gas lacrimogeni, il non-sense contro la logica. Nelle foto i rapporti di
classe, il senso degli scontri, le parti, le ideologie, i desideri sono
evidenziati, dichiarati.””

Le fotografie che, una dietro l’altra, documentano ciò che è stato il 1977 a Bologna, in realtà ci pongono davanti ad istanti, attimi che stanno per svolgersi o che si stanno svolgendo. Ciò che si percepisce è l’attimo quasi sospeso, o meglio l’attesa di qualcosa che sta per accadere, che ora è storicamente già successo, ma che in realtà nell’istante in cui viene colto non è ancora avvenuto. Questo senso di proiezione verso un dopo negato fa sì che veniamo “scaraventati” direttamente in strada in mezzo al fumo, alle barricate, alle urla, agli spari, al frastuono, ai cortei, ai girotondi, alle risate, alle voci…Le immagini testimoniano lo “star per” succedere qualcosa, e, ad un tempo, coinvolgono talmente che sembrano far parte da sempre della nostra memoria personale, per cui ci appaiono quasi familiari, scene che potremmo aver vissuto o per lo meno abbiamo già conosciuto attraverso gli organi di informazione. Ma, d’altra parte, è anche come se ci dicessero di non farci trainare dal tempo della storia che esse rappresentano, rischiando di farci fossilizzare solo su un aspetto, poiché “spetta alle immagini il potere specifico di rendere visibile ciò che la storia genera al di là di se stessa” .
Oggi, dopo trent’anni, di fronte a questi scatti colti per strada da fotografi che, come “cani sciolti”, potevano intrufolarsi ovunque, ci si pongono molte domande, siamo messi di fronte a diverse sfaccettature di una storia, è come se noi fossimo presenti, anche se, in realtà, il nostro è, forse, un occhio più da voyeur perchè in fondo possiamo solo intuire ciò che stava succedendo. Tornando alle fotografie presenti nel libro sopra citato, dopo aver scorso le immagini di scenari paragonabili a quelli di una città sotto assedio, ci si ritrova, in un paio di pagine, in mezzo ad un girotondo di ragazze sorridenti capeggiate da quella che, forse, può essere definita la mascotte della rivolta studentesca: il drago. Le manifestazioni, i cortei per strada, radio Alice, le varie riviste e i collettivi sono gli strumenti attraverso cui il movimento si faceva sentire. Marco Belpoliti parla di carnevale a Bologna, le immagini più ricorrenti sono infatti quelle di grandi cortei di giovani che si esprimono attraverso slogan e performance teatrali; maschere e travestimenti sono l’aspetto più gioioso di quel 1977. Catene di ragazzi con facce dipinte di bianco, clown, avanzano per la strada, sembrano mimi, attori di una festa dei folli come definisce l’autore stesso questo carnevale. I giovani entrano nella città, si insinuano nelle strade, vogliono occuparla, sono scesi in strada per conquistarla, il loro ingresso mi ricorda l’opera pittorica di J. Ensor L’ingresso di Cristo a Bruxelles 1888-1889. La folla composta in gran parte da maschere e figure grottesche e una banda in uniforme attendono Cristo, un corteo di persone che invade lo spazio fino all’orizzonte, un corteo di fantocci statici in festa; ovviamente il contesto e la storia di questo dipinto sono completamente diversi dalle fotografie che prendiamo in esame. Si trova però una somiglianza interessante, sicuramente i pupazzi di Ensor sono una critica ad una società che priva i cittadini delle proprie idee, controllandoli dall’alto, nel nostro caso è come se il quadro ed i suoi attori prendessero vita, è come se la situazione si ribaltasse, come se ci si opponesse al controllo e tutto diventasse movimento: i pupazzi si animano, prendono coscienza di sé, si uniscono per far entrare il loro corteo in città e la banda militare in uniforme diviene la radio di tutti.
Giovani studenti delle università della città, in particolar modo quelli del Dams, crescono e plasmano la loro esperienza nei laboratori di arte e di teatro, così da un corso tenuto proprio in quegli anni da Giuliano Scabia nasce il Teatro e informazione. Esperienza di contro-informazione per le strade di Bologna, una sorta di teatro vagante capitanato, in seguito, dal drago, maschera di cartone che apre solitamente i cortei, che divengono quasi un rito sciamanico; gesti, trucchi e travestimenti sembrano quasi voler esorcizzare le strade di Bologna. Franco Berardi (Bifo) nella Postfazione del libro di Klemens Gruber Comunicazione e strategia nei movimenti degli anni Settanta afferma: “difficile trasformare la vita quotidiana librandosi leggeri come parole sussurrate: vieni con me, abbandona la linea di montaggio. Difficile perché il potere dei grigi ottusi pericolosi non lascia facilmente che il possibile si liberi dall’esistere” .
Il drago, dunque, è in testa al movimento, un movimento che cerca di trovare un altro modo possibile, così viene ripresa come figura di movimento Alice, l’Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. La bambina fa vedere un gioco alternativo, un nuovo possibile che può, come dice Belpoliti, far nascere “[…] un altro modo di circolare. A lato dei giochi dei maschi […]”. Cercare un possibile altro nella quotidianità, nel linguaggio, nei media ha dato vita ad una sorta di laboratorio così nelle strade attraverso gli slogan, le radio, le riviste, come A/traverso, sono stati trasmessi ideali che avevano alla base intellettuali e movimenti come Majakovskij, Artaud, Guattari, Deleuze, il dadaismo…il non-senso, lo scandalo la provocazione divengono strumenti per un linguaggio dinamico, veloce, aggressivo. Ripensando alle fotografie non è difficile immaginarsi una colonna sonora di voci, come quelle degli slogan o delle telefonate in diretta da radio Alice; nulla è filtrato tutto a/traversa Bologna. Un’invasione di nuovi segni, parole che si uniscono in un linguaggio che tenta di creare nuove realtà, nel 1978 Bifo scrive “il linguaggio è la totalità dei fatti del mondo” , la comunicazione non deve più bloccarsi a evocare il mondo, deve sovvertirlo, deve liberare, aprire le menti. Radio Alice è stata la voce che ha accompagnato il movimento; una telecronaca continua in diretta si è estesa e si è diramata in tutta la città, una radio libera di parlare, di giocare con il linguaggio e di sporcarlo. Inizia quella che Umberto Eco definisce guerriglia semiologia la cui tecnica consiste nel proporre un messaggio, rendendolo soggetto a diversi modi d’interpretazione, di discussione, ciò che viene detto può essere interrotto e il suo senso invertito, come messaggio alternativo che cerca di frenare il bombardamento dei mass media. La fotografia in tutto ciò che ruolo ha? Credo, avendo anche sentito la voce di Enrico Scuro, che in quel periodo una fotografia forse aveva un valore di una prova come testimonianza di quello che accadeva; in un’immagine ci sono volti e azioni che possono essere riconosciuti. Lui stesso dice che ha incominciato a fotografare perché c’è stata una concomitanza di fatti: era uno studente, faceva parte del movimento e in quel periodo iniziava ad usare la macchina fotografica. Il suo ruolo, simile ad un fotoreporter, è stato anche quello di chi ha partecipato in prima persona, che, ora, di fronte ad una delle sue immagini ricorda ciò che è avvenuto, ciò che è stato e cosa è successo dopo, le sue fotografie non sono distanti, ma sono dentro la realtà. I protagonisti del ’77 non sapevano ancora che cosa sarebbe diventato il ’77, erano immersi un flusso caotico; forse dopo trent’anni un’immagine può voler dire qualcosa di più. Sicuramente, adesso ci poniamo di fronte con uno sguardo consapevole di fronte a quello che è successo, ormai noi sappiamo che cos’è stato il movimento studentesco degli anni Settanta, allora le fotografie forse davano informazioni, oggi possono raccontare una storia, forse.

Valentina Lucio

ricordi di una generazione

“Il ’77 lo vedo con tante immagini, con tante facce, con tante espressioni di giovani, ragazzi e ragazze, che non esistono più. Io ho visto che le facce di quel periodo sono scomparse. Sono scomparse forse perché la faccia ognuno se la fa, con le domande che si pone, e quelle domande forse non esistono più almeno formulate in quel modo. E non esistono più le facce del 1977.” Tano d’Amico

Il movimento del ’77, ricordato come l’ultima grande fiamma di lotta e di protesta giovanile di un’Italia che stava cambiando, era composto da una generazione di giovani che credevano in un futuro migliore, in una rivoluzione creativa che spazzasse via le vecchie ideologie e convinzioni sedimentate in decenni e secoli di storia; una fabbrica di desideri, di emozioni collettive che finirono bruscamente con le violenze, le armi e i morti di questo stesso anno di rottura.
Creatività e violenza, i due aspetti di un anno che segnò non soltanto le vite dei giovani “rivoluzionari” di allora, ma anche la memoria delle generazioni successive. Dal punto di vista sociale e umano, chi erano quei giovani che hanno composto il movimento, cosa richiedevano? Come li ricordiamo oggi, ma soprattutto cosa rappresentano per noi trenta anni dopo?

L’esito delle elezioni politiche del ’76, che conferma la Democrazia Cristiana come il primo partito del Paese, e la decisione del Partito Comunista Italiano di collaborare con la DC, deludono “il popolo di sinistra” e accelerano il processo di crisi politica, economica e sociale già in atto; sono i primi segnali di un profondo cambiamento che vede coinvolti gli studenti-lavoratori, gli operai e soprattutto il proletariato giovanile, quella generazione di giovani delle periferie delle metropoli che vive con maggior radicalità gli effetti della crisi economica. Il movimento rifiuta l’etica del lavoro, base dei principi della tradizionale Sinistra, e mette al suo posto la soddisfazione dei propri bisogni, il desiderio di raggiungere uno stato di felicità. Gli studenti e i giovani lavoratori, che si mobilitano nei primi mesi del ’77, esprimono la “volontà di liberare il corpo e il tempo dai vincoli della prestazione lavorativa industriale” e vivono tale richiesta in una libertà radicale di espressione e contenuto.

Dopo la proposta di riforma dell’università del ministro Franco Maria Malfatti e il “giovedì nero”, che passerà alla storia come il giorno in cui Luciano Lama (segretario del sindacato comunista) viene cacciato dall’università occupata di Roma, si organizzarono anche gli studenti dell’università di Bologna; ed è proprio qui che esplose il cuore dei conflitti. Le occupazioni delle facoltà vennero accompagnate da assemblee, da aggregazioni spontanee, feste collettive, da vivacissime e durissime discussioni, che si manifestarono in molteplici linguaggi nuovi: le radio libere, i giornali di controinformazione, la musica, il look da ribelle, gli indiani metropolitani, le scritte sui muri, le autoriduzioni… la città diventò lo scenario di un happening senza fine.

Era la politica fatta dal basso che si prendeva la rivincita sulla politica fatta dall’alto e tutto questo nasceva in modo spontaneo, unendo in un soggetto collettivo persone di provenienze e esperienze diverse che vivevano il coinvolgimento assoluto, la convinzione di poter cambiare veramente il mondo e loro stessi; si viveva il presente per un futuro migliore in una dimensione collettiva piena di solidarietà e libertà di pensiero. “Il movimento metteva in piazza le sue feste, metteva in piazza dei momenti altissimi di civiltà, e si mostrava capace di vivere per conto suo, di sperimentare dei modelli nuovi di vita…” ricorda Tano d’Amico in un’intervista data per la sua mostra fotografica nel Museo in Trastevere, organizzata per l’anniversario del movimento.

I giovani del ’77 facevano della politica la loro vita e quella vita si consumava nelle piazze, nelle case dei fuorisede, nelle osterie, nelle aule di Lettere in via Zamboni, nel Piccolo Bar di Piazza Verdi, si condivideva non soltanto le ideologie e gli ideali politici ma anche la convivenza di tutti i giorni. La vita si svolgeva nelle case, dove ognuno si creava un piccolo mondo che rispecchiava, nell’ arredamento, stile e atmosfera, il modo di pensare e di essere di chi ci viveva. La dimensione collettiva toccava tutte le parti della vita: lo studio, il lavoro, i soldi, la droga, la sessualità, il femminismo; in quel periodo spensierato ci si “innamorava un giorno sì e l’altro pure” , con animo leggero si correva a velocità folle e tutto sembrava possibile.

“Quegli anni sono stati il periodo più bello della mia vita, sai perché? Perché mi svegliavo alla mattina e credevo nella rivoluzione.” Questo ricordo di una ex-compagna del collettivo di Giurisprudenza, riassume in poche parole quello che centinaia di migliaia di ragazzi, di “cani sciolti”, sentivano; si viveva la forza del “oggi”, dell’ “adesso”, senza dover aspettare il domani; si credeva nel comunismo, nel senso di cambiare i rapporti sociali e personali, non nel senso utopico di una rivoluzione comunista classica. Era un’avventura goliardica, una grande gioiosa festa vissuta con la sensazione che non dovesse mai finire; ma poi un giorno finì.

Gli avvenimenti traumatici del marzo ’77 e il progressivo aumentare delle contraddizioni all’interno del movimento segnarono la rottura con questo mondo felice. Due linee si scontrarono nelle assemblee: una che cercava ancora il dialogo e la manifestazione pacifica, l’altra che sceglieva la via della lotta armata; Bologna si colorò di violenza: gli scontri in piazza, le vetrine rotte dei negozi, le barricate, i carri armati nelle strade, la P38, i feriti e i morti. La città era militarizzata. Le speranze tramutarono in un forte senso di perdita, di delusione e disperata convinzione di sconfitta. I sogni di tanti giovani si seppellirono nei cupi mesi tra la morte del compagno Lorusso e il convegno di settembre sulla repressione, e la maggioranza si distaccava dalla politica, perché semplicemente non ci credeva più. Rimaneva un piccolo nocciolo di resistenza che continuava negli anni successivi la sua lotta in nuovi spazi e con nuove modalità. La maggioranza del movimento però riteneva che i comportamenti violenti fossero da condannare e rappresentassero una pesante sconfitta alle rivendicazioni dei compagni pacifici. L’aria di festa scomparì e lasciò il posto alla guerriglia armata, agli arresti e alla paura per quello che sarebbe potuto accadere all’Italia devastata dagli scontri politici e sociali.

Alla violenza e agli attentati seguivano gli arresti indiscriminati, la repressione e l’assedio alle fonti di comunicazione: le radio libere venivano chiuse, la stampa nazionale metteva in moto una martellante campagna di criminalizzazione e condanna contro il movimento, senza fare differenze tra l’ala pacifica e quella violenta. E poi c’era il problema dell’eroina che si faceva sempre più largo, che si diffondeva a macchia d’olio anche all’interno del movimento; rappresentava un’alternativa individualistica e autodistruttiva per chi non credeva più che si potesse lottare per una vita diversa. Il ’77 aveva raggiunto il suo punto più basso, il movimento era come un enorme “fantasma”.

Ma quel “fantasma” vive nei ricordi di chi era lì in piazza, di chi respirava quell’aria di libertà e solidarietà, sopravvive nelle menti di chi ci credeva allora, ma che oggi non ci crede più e rivive in noi, nei figli di quella generazione di ribelli pieni di sogni ed ideali, progetti e speranze, che guardano il ’77 con uno sguardo romantico e quasi infantile.

Ricordiamo quel mondo con nostalgia, avremmo voluto sentire anche noi sulla nostra pelle quella sensazione di assoluta libertà, quella possibilità d’espressione senza limiti; ma soprattutto ci siamo innamorati dell’immagine del giovane ribelle, che credeva veramente in quello che faceva, che camminava a testa alta, sicuro dei suoi ideali e dell’impegno che ci metteva per realizzarli. Ho in mente le foto di Tano d’Amico, immagini che ritraggono ragazzi dai volti spensierati, belli e con i fiorellini nei capelli. Ci appaiono come nelle scene bucoliche che ricordano le gite in campagna e i pic-nic sui prati, mentre invece sono attimi colti durante una protesta, le domeniche all’università, le assemblee, i raduni, i girotondi per le strade di Bologna. Spostando lo sguardo da una foto all’altra, i volti prendono vita, si fondono e si identificano in un unico protagonista, quello che rimane è un’immagine mitologica di questi personaggi che hanno affrontato la realtà unendosi e vivendo insieme.

Ora le cose sono cambiate: mancano quella fermezza e intransigenza negli ideali politici, quella voglia di collettività, ma in particolar modo la convinzione che tutto è possibile. Il possibile è finito e noi siamo “soffocati dall’impossibile”.
Il disimpegno politico e culturale sono all’ordine del giorno, accompagnato dall’intolleranza verso la diversità e dal menefreghismo individualistico. Si è chiuso un capitolo nella storia italiana e si apre un altro: la generazione successiva al ’77 ne conosce le conseguenze, positive e negative che siano.

“Ci ha dato la libertà di pensiero, ci ha insegnato a non accettare l’ordinarietà della vita, ad avere un approccio critico alla realtà, a essere autonomi nei giudizi. Ti confrontavi con dieci cento mille persone al giorno, era ben diverso dei rapporti autoreferenziali e chiusi che si hanno oggi.”

Kathrin Tschurtschenthaler


Alcune immagini

luglio 5, 2007

le immagini qui riportate sono tratte dal libro bologna marzo 1977…fatti nostri..
le fotografie sono di Enrico Scuro, Ansa, Agenzia Italia e Collettivo di controinformazione
la fotografia di Francesco Lorusso durante un corteo è di Tano D’amico

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Bibliografia

luglio 5, 2007

testi

– Autori molti compagni, Bologna Marzo 1977, …fatti nostri…, Bertani Ed., Verona, 1977
– Autori molti compagni, Bologna Marzo 1977, …fatti nostri…, NdA Press, Rimini, 2007
– A.A.V.V., In ordine pubblico, a cura di Paola Stacciali, Associazione Walter Rossi Ed., 2003
– Nanni Balestrino, Gli Invisibili, DeriveApprodi, Roma, 2005
– Roland Barthes, Camera Chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi Ed., Torino, 2003
– Marco Belpoliti, Settanta, Giulio Einaudi Ed., Torino, 2001
– Walter Benjamin, Angelus Novus, Einaudi Ed., Torino, 1995
– Franco Berardi e Veronica Bridi (a cura di), 1977 l’anno in cui il futuro incominciò, Fandango Libri, Roma, 2002
– Stefano Cappellini, ROSE E PISTOLE, 1977. Cronache di un anno vissuto con rabbia, Sperling & Kupfer Ed., Milano, 2007
– Guido Crainz, IL PAESE MANCATO, Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli Ed., Roma, 2003
– Enrico Franceschini, AVEVO VENT’ANNI, Storia di un collettivo studentesco 1977-2007, Feltrinelli Ed., Milano, 2007
– Marco Grispigni, 1977, Manifestolibri, Roma, 2006
– Klemens Gruber, L’avanguardia Inaudita, Comunicazione e strategia nei movimenti degli anni Settanta, Costa & Nolan, Milano, 1997
– Susan Sontag, Sulla fotografia, Realtà e immagine nella nostra società, Einaudi Ed., Torino, 1973

articoli
Alerto Asor Rosa, 1977. La favola di una generazione in La Repubblica – giovedì 21 giugno 2007

website

http://www.marzo77.it
http://www.lestintorecheamleto.net
http://www.cineporto.com
http://www.exibart.com
http://www.centrodocumentazione.it
http://www.radioalice.org
http://www.conplessoperforma.it
http://www.tmcrew.org
http://www.cedost.it
http://www.nuovamente.org

film

– Lavorare con lentezza-Radio Alice 100.6 MHz di Guido Chiesa, 2004
– Paz! di Renato De Maria, 2002

‹‹ e mentre la storia sempre prosciuga
l’ormai secco pozzo dell’invenzione
una affannosa e debole preghiera
cerca di rimandare la continuazione:
“il resto la prossima volta”.
“QUESTA E’ LA VOLTA!”
urlavano le voci felici.
Nacque così il paese delle meraviglie
lentamente così
uno per uno i bizzarri venti
furono spiegati ››.

(da Alice nel paese delle meraviglie)


Lavorare con lentezza

giugno 18, 2007

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Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta la storia di Sgualo e Pelo, due ragazzi che vivono nella periferia di Bologna, le cui vicende si intrecciano con la storica emittente Radio Alice, la radio del movimento studentesco del ’76-’77.

Regia di Guido Chiesa


Cronologia 1977

giugno 18, 2007

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Bologna, marzo 1977, uno scorcio di piazza Rossini e del palazzo della Provincia

Il Settantasette di M. Grispigni Il Saggiatore, Milano 1997 

Proposta del Ministro:legge Franco Maria Malfatti (1976)

-introduzione di due livelli di laurea

-suddivisione dei docenti in due ruoli distinti

garanzia della maggioranza ai professori ordinari negli organi di gestione

-maggior controllo dei piani di studio

-aumento delle tasse di frequenza

-abolizione degli appelli mensili

-raggruppamento degli esami in due sessioniGli studenti si mobilitano, le università meridionali sono le prime a scendere in campo, Palermo, Napoli, Salerno, poi Roma, Bologna, Cagliari, Sassari, Pisa, Firenze, Torino, Milano, Padova – le sedi vengono occupate ed autogestite.

3 febbraio- prima grande manifestazione studentesca contro la riforma Malfatti a Napoli

5 febbraio- occupazione dell’intera città universitaria a Roma, in molte altre città si organizzano le prime manifestazioni del movimento

17 febbraio- comizio del segretario della CGIL Luciano Lama; frattura tra PCI e movimento; Lama cacciato dall’università di Roma; intervento della polizia

19 febbraio- manifestazione del movimento a Roma “Ci hanno cacciato dall’università, ce la riprendiamo con tutta la città!”- M. Grispigni Il Settantasette Il Saggiatore 1997-

26-27 febbraio- assemblea delle università in lotta a Roma; scontri tra l’area dell’Autonomia Operaia e degli altri componenti del movimento

01-10 marzo- manifestazioni e scontri sempre più accesi a Torino, Padova, Perugia, Roma, Bologna, Milano

11 marzo– i carabinieri intervengono all’università di Bologna dopo gli scontri tra i giovani di CL e di sinistra- Francesco Lorusso, uno studente di Lotta Continua, viene ucciso da un carabiniere

14 marzo-  funerali di Lo russo  

01 aprile- inizia la campagna del Partito radicale per gli otto referendum-il movimento sostiene l’iniziativa

15 aprile- il progetto della riforma Malfatti viene approvato dal Consiglio dei Ministri- riprendono in molte università le occupazioni di protesta

21 aprile- la polizia interviene per sgomberare l’università a Roma; negli scontri viene ucciso un agente di polizia, Settimo Passamonti

22 aprile- il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga vieta qualsiasi manifestazione pubblica a Roma fino al 31 maggio

12 maggio- uccisione di Giordana Masi a Roma

14 maggio- durante il corteo di Autop (Autonomia Operaia) a Milano viene ucciso l’agente Custrà

05 luglio- viene pubblicato su Lotta Continua un appello firmato da J.P. Sartre, M. Foucault, G. Deleuze, F. Guattari, R. Barthes e M.A. Macciocchi contro la repressione del compromesso storico

23-25 settembre- Convegno nazionale contro la repressione indetto dal movimento

30 settembre uccisione a Roma di Walter Rossi da parte di neofascisti

01 ottobre- manifestazioni neofasciste in molte città- a Torino viene incendiato il bar Angelo Azzurro, punto di ritrovo di alcuni giovani di destra, dove muore, rinchiuso in bagno, Roberto Crescenzio, studente lavoratore di ventidue anni

Negli ultimi tre mesi dell’anno si ripetono manifestazioni, scontri, divieti e chiusure delle radio libere


Aggiornamento 16.06.2007

giugno 16, 2007

Durante la nostra ricerca abbiamo individuato tre  figure che rappresentano da punti di vista diversi la Bologna del ’77:

 -Enrico Scuro

– Franco Berardi (Bifo)

– Paolo Fabbri

La nostra idea è quella di contattarli direttamente (Con Fabbri e Scuro siamo già in contatto) e di intervistarli; vorremmo, quindi, elaborare una riflessione sulle informazioni, storie ed eventi raccolti, ma soprattutto sul senso che può avere per noi il confronto con queste testimonianze.